
Storia della Serbia
Il Regno Serbo conobbe le prime due guerre del ‘900 nel 1912 prima, e nel 1913 poi, nel tentativo di controllare il territorio macedone sottraendolo alla Turchia. Nel 1918 Croazia e Slovenia si unirono al Regno serbo, annessione promossa dagli stati europei al fine di formare un unico stato che unisse tutti gli slavi meridionali (composto dal Montenegro, Bosnia Erzegovina e dalle regioni della Vojvodina e Macedonia). Tale aggregazione di stati venne chiamata nel 1929 Iugoslavia.
Nel 1941 essa si arruolò nella Triplice alleanza, ma la popolazione rovesciò l’allora reggente e uscì dall’alleanza. Il paese venne allora invaso dalla Germania che instaurò un regime fantoccio che perpetrò stragi tra serbi, ebrei, albanesi e gitani. La Iugoslavia riacquistò la sua indipendenza nel 1945, quando salì al potere il Partito comunista capeggiato da Josip Tito. La Iugoslavia divenne una Repubblica Federale.
Nel 1987 salì al potere Slobodan Milosevic, sulla scia della retorica nazionalista serba. La sua visione della “grande Serbia” spaventò le vicine Croazia e Slovenia che nel 1991 dichiararono la loro indipendenza. Questa iniziativa non venne tollerata da Milosevic: nello stesso anno l’esercito federale venne inviato in Slovenia. Le sanzioni europee fecero ritirare l’esercito federale, ma nel frattempo in Croazia si erano accessi numerosi focolai di guerriglia che causarono migliaia di morti. Nel 1992 ci fu il cessate il fuoco, e l’Unione europea riconobbe l’indipendenza di Croazia e Slovenia. Il 27 aprile 1992 Serbia e Montenegro si autonominarono Repubblica Federale Iugoslava.
Nonostante il cessate il fuoco l’80% dei componenti serbi dell’esercito federale rimase in Bosnia, e la guerra continuò. Nel mese di maggio venne approvato dall’Unione un pacchetto di provvedimenti per inviare navi da guerra nel Mare Adriatico, al fine di monitorare sul rispetto dell’embargo. Il trattato di pace tra Iugoslavia e Croazia venne sottoscritto soltanto nel 1996. Rimanevano migliaia di morti, e la questione della Bosnia, divisa tra serbi e croati musulmani.
Nel 1998 scoppiarono nuovi disordini nella provincia del Kosovo, e anche le province a maggioranza albanese cominciarono a ribellarsi chiedendo l’indipendenza, dopo che Milosevic aveva loro revocato l’autonomia. L’esercito federale rispose con brutalità e perpetrò stragi, costringendo alla fuga migliaia di profughi. All’inizio del 1999 la Nato cominciò a bombardare Belgrado. Nel mese di giugno si firmò un fragile trattato di pace tra Iugoslavia e Nato.
Nel 2000 Milosevic tentò di camuffare la sconfitta elettorale, scatenando una rivolta popolare, e il 5 ottobre 2000 Vojislav Kostunica si rivolse a mezzo milione di persone radunate davanti al municipio di Belgrado in qualità di nuovo presidente.
In seguito la Iugoslavia venne riammessa nelle Nazioni Unite. La Repubblica federale Iugoslava venne sciolta ufficialmente il 4 febbraio 2003, con la fondazione dell’ Unione di stati Serbia e Montenegro.
L’ultima crisi risale al marzo 2003, con l’omicidio del primo ministro Zoran Djindic (commesso da alcuni membri di associazioni legate a Milosevic). Dal luglio 2004 il presidente è il democratico Boris Tadic: la sua elezione ha suscitato speranza. Nel 2006 il Montenegro ha sancito il suo percorso di emancipazione con la proclamazione di indipendenza riaprendo la questione dell’indipendenza del Kosovo, attualmente al centro delle tensioni tra Serbia e le Nazioni Unite. Rimangono comunque aperte questioni quali il rapporto tra serbi e la minoranza albanese in Kosovo e i conflitti sociali permangono soprattutto dinanzi a una ripresa economica che ancora non può considerarsi diffusa.
Recentemente si è riaperto il problema dell'indipendenza del Kosovo, a maggioranza albanese, che è tuttora causa di forti tensioni interne e internazionali tra la Serbia e le Nazioni Unite. Le recenti (3 febbraio 2008) elezioni presidenziali in Serbia hanno visto prevalere il Presidente uscente Boris Tadic, esponente del Partito Democratico, con il 51 % dei voti sul candidato ultranazionalista Nikolic. Queste elezioni hanno rappresentato un vero e proprio Referendum popolare tra Europeisti (rappresentati dal filo-Europeo Tadic) e i Nazionalisti capeggiati da Nikolic. Anche se l'esito di queste elezioni ha ridato vita alle speranze di una conclusione pacifica del "problema" Kosovo permangono forti tensioni dovute anche alla ferma volontà di entrambe le parti a non recedere dalle loro posizioni e alla palesata volontà di procedere in tempi brevissimi alla dichiarazione di indipendenza unilaterale da parte del Kosovo.